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Ecco, ci siamo, è ricominciata la scuola.
E con l’inizio delle lezioni, riprende anche l’impegno dei compiti da fare a casa.

Appena terminati i compiti delle vacanze, spesso tra maratone forzate dell’ultimo momento e tensioni familiari, il problema si ripresenta soprattutto nel fine settimana.

Alcuni genitori in questi giorni mi hanno confidato di essere molto preoccupati dal pensiero dei compiti a casa perché a volte questo momento si trasforma in una vera e propria lotta sfiancante che lascia i grandi frustrati e nervosi e i piccoli annoiati e demotivati.

“Sta lì ore e non combina nulla!”, oppure “Lavora solo se ha qualcuno vicino”, queste sono frasi che sento spesso quando parliamo dei compiti.

L’aspettativa di molti genitori è quindi quella di dover passare interminabili ore nei pomeriggi o nel weekend a far leggere, scrivere, contare o studiare i propri figli che vorrebbero fare tutt’altro.

Possiamo fare qualcosa per migliorare la situazione e rendere più piacevole questo dovere?
La ricerca scientifica ci consiglia di iniziare dall’organizzazione dei tempi di lavoro.

Che i bambini siano troppo veloci e superficiali o troppo lenti e svogliati, l’attenzione ai tempi di lavoro può portare verso un attività più produttiva ed efficace.

Una ricerca della Duke University ha dimostrato un’interazione positiva tra l’esecuzione dei compiti a casa e i risultati ottenuti dagli studenti, a patto che i tempi di lavoro richiesti siano appropriati con la durata dell’attenzione e della concentrazione dei bambini.

Secondo queste ricerche i bambini della prima classe elementare non dovrebbero superare i dieci minuti di lavoro pomeridiano a casa, i bambini della seconda classe venti minuti, i bambini della terza trenta e così via fino alla durata massima di 120 minuti per gli ultimi anni delle scuole superiori.

Immagino già lo stupore di chi sa che il proprio bimbo di sei anni in dieci minuti riuscirebbe appena a scrivere qualche parolina e poi, se siamo nel weekend, ci sono ancora i compiti di matematica o c’è da leggere o colorare qualcosa.

Come conciliare allora queste due cose: ricerca scientifica e realtà quotidiana?

Ciò che propongo da anni ai genitori che mi chiedono un consiglio è in linea con quanto dimostrato dalle ricerche di cui sopra: suggerisco, infatti, di organizzare i compiti in più riprese proponendo al bambino di lavorare per tempi definiti alternati a pause rigeneranti.

Per i più piccoli e per i bambini molto veloci o iperattivi le sessioni di lavoro saranno solo di 10-15 minuti, tempi che si allungheranno man mano che il bimbo cresce e riesce a mantenere più a lungo la concentrazione.

In ogni caso propongo di non superare 50-60 minuti consecutivi di lavoro neppure con i ragazzi più grandi delle scuole superiori.

Dopo il momento di lavoro ci sarà la pausa che è da curare tanto quanto il tempo di studio.

Dovrà essere una pausa di gioco libero, disegno, passeggiate o movimento, non un’occasione per stare davanti alla televisione, al computer o ai video giochi, cose bellissime, ma da riservare ad altri momenti.

E’ utile fare qualcosa che liberi e rigeneri la mente, non la sovraccarichi con altri compiti mentali: andare fuori, tirare due calci ad un pallone, fare un giro in bicicletta, oppure giocare con le costruzioni, disegnare, colorare, ritagliare, aiutare la mamma a cucinare…

Perché non i videogiochi o la televisione? Perché affaticano la vista, già provata, e si sovrappongono agli stimoli mentali appena ricevuti dal lavoro scolastico.
Vanno bene in altri momenti, lontano dai compiti.

Una bella pausa rende il lavoro più leggero e produttivo e i genitori che hanno provato a fare così, ma soprattutto i loro bimbi, mi dicono che fare i compiti è diventata tutta un’altra cosa, più leggera e persino divertente!